“L’ultimo ballo”

“L’ultimo ballo” è stato scritto dal Maestro Emilio Pescosolido in occasione
del concerto di debutto del Trio Belle Epoque, tenutosi presso il
prestigioso “ Casino Sociale” del Teatro Municipale Giuseppe Verdi di
Salerno. “L’ultimo ballo” è un omaggio alla musica degli anni della Belle
Epoque, poiché racchiude e riassume tutti gli aspetti della musica di quel
periodo, sebbene con un linguaggio decisamente contemporaneo.
Da una parte, esso rispecchia le atmosfere d’intrattenimento salottiero di
fine Ottocento: è , infatti, un ballo, e – nello specifico – un valzer, danza
simbolo della Belle Epoque; ma , al contempo, è “ l’ultimo ballo”, e le
dolci note, a tratti struggenti, di questo valzer lento ci rivelano l’aspetto
malinconico del romanticismo decadente di fine Ottocento. Nel brano
ritroviamo alcune caratteristiche della musica colta dell’epoca: presenza
di armonie complesse, passaggi cromatici, melodie dai colori rarefatti e
quasi sospese nel vuoto, elementi riferibili , appunto, alla musica
impegnata di quegli anni, in particolare a quella debussiana.
Il brano ha una struttura tripartita. La prima parte principia con
un’introduzione affidata al solo pianoforte. Il tema dell’intro viene
riproposto più volte nel corso della composizione( quasi come un rondò),
ma sempre variato ed arricchito. Segue il tema principale, annunciato dal
violoncello, poi decisamente riproposto ed ampiamente sviluppato dal
violino, in un continuo rapporto di dialogo con l’altro strumento: un dialogo
all’inizio dolce, poi sempre più serrato e struggente, come due danzatori
nell’ultimo ballo della loro storia d’amore. Il tutto confluisce nella
ripresentazione dell’intro pianistica, opportunamente variata, a cui
rispondono e si sovrappongono i due archi, concludendo così la prima
parte. La seconda sezione, quasi un intermezzo, è affidata solo al
pianoforte ed ha un carattere quasi “chopiniano”, tenero e malinconico,
carattere che entra presto in contrasto con l’attacco nettamente più deciso
della terza parte. Qui il violino ed il violoncello, avvinghiandosi l’un l’altro,
esprimono una dinamicità quasi “aggressiva”, come un ultimo sussulto
prima di sfociare con dolce malinconia ( quasi a ricordo di un tempo che
sbiadisce) nell’intro iniziale del pianoforte, stavolta in serrato dialogo con
gli archi. L’intro porterà il brano nostalgicamente alla fine: il ballo è
terminato, come il tempo che passa e non torna.